Sto studiando, come tantissimi, le possibilità dell’Intelligenza Artificiale (in realtà di un sottoinsieme molto limitato, i chatbot). Ovviamente l’unico modo di imparare è quello di fare una serie di prove ed errori. Per esempio oggi ho provato a chiedere a Claude quale prezzo dovrebbe avere un certo quadretto che mi volevano vendere al banco di un mercatino. O chiedere a Gemini di inizare un libro in stile Salgariano con un nave pirata che assale un brigantino. Quello che segue è il risultato…
Il sole, un disco infuocato calante nell’immenso catino azzurro del Mar dei Caraibi, gettava lunghe ombre purpuree sull’oceano. Le onde, pigre e maestose, cullavano un imponente veliero che procedeva con la gravità di un monte navigante: era il “Santa Maria de la Concepción”, un mercantile spagnolo, carico d’oro e spezie, diretto verso la madrepatria.
A bordo, l’aria era pesante, non solo per il caldo umido, ma per quella specie di funebre presentimento che sempre aleggia sugli uomini che trasportano tesori attraverso acque infestate. Il capitano, Don Estéban de Valdés, un uomo dalla barba grigia e gli occhi guardinghi, scrutava l’orizzonte con il cannocchiale, il suo volto contratto da una tensione che la brezza non riusciva a mitigare.
D’improvviso, un grido acuto ruppe il silenzio, come un vetro che si frantuma: «Vela a dritta! All’erta! Un brigantino! Veloce come il vento del diavolo!»
Don Estéban portò il cannocchiale alla bocca, i suoi occhi esperti riconobbero subito la preda e il predatore. Quel brigantino, basso sull’acqua, snello e armato fino ai denti, con le vele nere gonfie di una corsa forsennata, non poteva essere che lui: il “Falco Nero”, la nave del corsaro più temuto delle Antille, il “Diavolo Rosso” della Tortuga, il cui nome, Emilio di Roccabruna, era sussurrato come una maledizione.
A bordo del “Falco Nero”, tutto era un frenetico, ma ordinato, pullulare di vita. In coperta, alto e slanciato come un giunco, stava l’uomo che incuteva terrore: Emilio di Roccabruna, con il suo vestito di seta scura, le pistole lucide strette nella fascia, e gli occhi che brillavano di un’avidità fiera e irrefrenabile, tipica dei lupi di mare. Accanto a lui, il fido meticcio, Carmaux, armato di una sciabola lunga quanto un remo, rideva di un riso rauco.
«Avanti, miei tigri!» gridò Emilio con una voce che tuonò sopra il fruscio delle onde. «Oggi ceneremo a Madrid, brindando con l’oro di Castiglia! Caricate a mitraglia! Voglio i loro alberi a pezzi e il ponte rosso del loro sangue!»
Il cannoneggiamento fu immediato, un inferno di fumo e di tuoni che fece tremare l’aria. Le palle del “Falco Nero” colpirono il mercantile con una precisione spaventosa. Un albero maestro del “Santa Maria” si spezzò con un gemito terribile, cadendo in coperta e fracassando tutto ciò che incontrava.
«All’arrembaggio! All’arrembaggio!» ululò il Diavolo Rosso, quando la sua nave, con un urto violento che fece tremare ogni legno, si affiancò al mercantile.
Decine di uomini balzarono sui ponti del mercantile come pantere affamate. Erano uomini d’ogni razza, temprati dal vento e dal ferro, con bandane multicolori, anelli d’oro alle orecchie e un furore negli occhi che nessun marinaio spagnolo poteva eguagliare.
Fu una mischia furibonda, un corpo a corpo selvaggio che in un istante trasformò il ponte del “Santa Maria” in un lago di sangue. Sciabole cozzavano contro spade, pistole tuonavano, e i lamenti dei feriti si mescolavano alle grida di incitamento.
Il capitano Valdés, pur lottando con la disperazione di chi difende l’onore della sua bandiera, vide i suoi uomini cadere uno a uno, travolti dall’uragano dei pirati.
Emilio, il Diavolo Rosso, era ovunque. La sua sciabola danzava nell’aria con la velocità di un lampo, parando, affondando, rovesciando gli avversari. Un colpo ben assestato fece volare la spada di Don Estéban, e subito dopo, la punta della sciabola del corsaro si posò minacciosa sul petto del comandante spagnolo.
«Basta, capitano!» tuonò Emilio. «La battaglia è finita! Il tuo tesoro è nostro! Per il sangue che scorre nelle mie vene, ti prometto salva la vita, a te e ai tuoi, se smetterete la resistenza!»
Don Estéban, ansimante e sconfitto, si lasciò cadere a terra. La bandiera spagnola, poco dopo, fu abbassata e al suo posto, alta e beffarda, sventolò la bandiera nera con il teschio e le tibie incrociate.
Il “Falco Nero” aveva colpito ancora. Sotto il cielo ora stellato, i pirati intonarono un canto rauco di vittoria mentre iniziavano a trasbordare i forzieri d’oro, lasciando dietro di sé solo il silenzio di una sconfitta e il profumo pungente della salsedine e della polvere da sparo. Un altro vascello di Sua Maestà era caduto nelle mani degli implacabili filibustieri.
Spero che questo racconto abbia evocato l’atmosfera avventurosa e i personaggi arditi tipici di Salgari!
Ti piacerebbe che scrivessi un seguito a questa avventura, magari concentrandomi su una fuga spettacolare, o sull’inseguimento di un altro personaggio salgariano?